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Diritti Universali e Politica secondo Gianfranco Fini. Anatomia di un discorso.

In pensiero divergente, politica italiana on Novembre 22, 2009 at 5:36 pm

Colpisce l’alto profilo politico del discorso di Gianfranco Fini alla Conferenza sui Diritti Umani, tenutasi a Roma lo scorso 20 Novembre. Un discorso fortemente influenzato dal giuspositivismo di Norberto Bobbio – cita infatti il testo fondamentale in tema di diritti naturali e positivi, ‘L’età dei diritti’ – attraverso il quale Fini tenta un ragguaglio intorno alla crisi della universalità dei diritti umani e al prevalere del relativismo culturale e della sua idea fondate, ovvero la inconfrontabilità delle culture e la irrimediabile connessione dei diritti alla storia e allo spirito del popolo. E’ chiaro che l’universalità dei diritti è una idea, è un costrutto; l’universalità dei diritti dell’uomo deriva da un fatto storico, inizia a farsi largo nelle menti degli uomini quando qualcuno ha deciso di affermarli solennemente, emergendo alla luce dopo il conflitto e la rivoluzione.
Da allora continuano a emergere nuove istanze, a delinearsi nuovi cataloghi di diritti individuali: se quaranta anni fa, essi emergevano prevalentemente dalla sfera sociale, oggi è nuovamente il campo della sfera privata a chiedere strumenti normativi a tutela della propria facoltà di autodeterminazione. Fini cita ad esempio il caso del fine vita e dei temi ‘eticamente sensibili’: se da un lato la politica è latitante e si è configurato un vuoto normativo che minaccia l’effettività del diritto di scelta delle cure mediche, dall’altro il potere politico legislativo non può superare il limite della sfera individuale, quindi deve astenersi dall’intervenire – evitando di prefigurarsi come potere totalizzante – normando solo le modalità di espressione della scelta, prevedendo i casi in cui l’individuo è nelle condizioni di farlo, ovvero è nella pienezza delle informazioni necessarie, oppure in caso contrario, disponendo chi deve sostituirsi a esso – famiglia, medico, giudice, stato.

  • Ffwebmagazine – I diritti dell’uomo e il ruolo della legge

    Da un punto di vista storico, la democrazia e i diritti umani sono stati sempre considerati come fenomeni distinti, relativi ad aree differenti della sfera politica: la democrazia come una questione che attiene all’organizzazione del governo, i diritti umani, invece, come un problema relativo alla dignità della persona e alla sua tutela. Quando parliamo di democrazia, abbiamo imparato a pensare soprattutto a questioni di ordine costituzionale e di organizzazione del potere pubblico, quali, ad esempio, la separazione dei poteri, la competizione elettorale, il pluripartitismo e così via. Nel caso, invece, dei diritti umani, quest’ultimi assumono l’individuo come punto di riferimento e sono volti a garantire ai singoli le condizioni minime necessarie per una vita libera e dignitosa. Come implica il termine “umano”, il riconoscimento di tali diritti è stato sempre inteso in senso universale ed è stato oggetto di apposita regolamentazione internazionale; al contrario, le vicende costituzionali dei singoli governi sono state tradizionalmente considerate come elemento costitutivo della “sovranità” di ogni Stato. Queste distinzioni sono state ulteriormente rafforzate da una divisione disciplinare che ha assegnato lo studio della democrazia alla scienza politica e quello dei diritti umani alla legge e allo sviluppo della giurisprudenza: due campi di ricerca che, in molte parti del mondo, a partire da quello anglosassone, hanno avuto scarsa connessione l’uno con l’altro. Oggi questa separazione non è più sostenibile se mai lo è stata. Il crollo dei regimi totalitari sotto la pressione popolare ha dimostrato che la democrazia, insieme ai diritti umani, è una aspirazione universale, piuttosto che una complessa formula politica e giuridica. I dati sulle violazioni dei diritti umani perpetrate sotto i regimi dittatoriali, quale sia stata l’ideologia, hanno dimostrato che il tipo di sistema politico all’interno di un paese è lungi dall’essere irrilevante per lo standard dei diritti umani goduti dai suoi cittadini. Da questo punto di vista, pertanto, solo la democrazia è il sistema di governo più idoneo a difendere i diritti umani, dal momento che i principi basilari su cui essa poggia garantiscono, per definizione, il pieno sviluppo di quei diritti che noi chiamiamo “civili” e “politici”. Le nuove sfide derivanti dalla “età dei diritti” denotano, tuttavia, una irresistibile inclinazione dei diritti fondamentali ad espandersi oltre i confini dei singoli ordinamenti democratici. Il fenomeno non è nuovo: dopo la seconda guerra mondiale un’intera stagione politica è stata caratterizzata dal moltiplicarsi degli strumenti internazionali dei diritti umani, dalla Dichiarazione universale dei diritti umani dell’Onu del 1948, alla Convenzione europea dei diritti e delle libertà fondamentali del 1950, ai Patti sui diritti civili e politici e sui diritti economici, sociali e culturali degli anni ‘60, alla Carta – infine – dei diritti fondamentali dell’Unione europea approvata nel 2000. Eppure, negli anni più recenti, i diritti fondamentali sono stati sottoposti a nuove e, in parte, contraddittorie sfide. Da un lato, infatti, vi è una forte accelerazione verso l’universalizzazione dei diritti fondamentali nel cui nome si discutono questioni come la crescita demografica, l’immigrazione, le nuove forme di povertà, la tutela dell’infanzia, la condizione femminile, le scelte di fine vita tra etica e diritto, la moratoria sulla pena di morte, l’emergenza ambientale, fino ad arrivare alle più disparate forme di rivendicazione individualistica. Dall’altro lato, invece, paradossalmente, mai come oggi l’idea stessa dei diritti umani è stata posta radicalmente in discussione dalle critiche filosofiche post-moderne e relativiste. L’avanzare dei diritti umani è stato accompagnato dal dubbio sulla loro universalità, un dubbio che li colpisce alla radice, mettendo in discussione il fatto che essi possano essere riconosciuti ed applicati ovunque. È interessante notare come lo stesso Norberto Bobbio, che auspicava l’avanzare dell’”età dei diritti” sul piano universale, denunziasse poi, nel contempo, «l’illusione del fondamento assoluto» dei diritti fondamentali, dal momento che, cito testualmente, «non si vede come si possa dare un fondamento assoluto a diritti storicamente relativi, variabili di luogo in luogo e di tempo in tempo». Nel pensiero di Bobbio è, dunque, racchiusa tutta la profonda tensione interna che spinge per l’effettivo riconoscimento di diritti universali, ma che, allo stesso tempo, dubita del loro fondamento assoluto. Ben altra cosa, ovviamente, sono le critiche al cosiddetto “pseudo-universalismo” dei diritti umani alimentate da alcune tendenze individualiste che, tradendo lo spirito della Dichiarazione universale, hanno iniziato a promuovere una visione dei diritti umani solo parziale, espressione di una cultura incentrata su un individuo isolato ed astratto dalla società, un individuo concentrato su se stesso e totalmente autodeterminato. Al riguardo, se è vero che il ragionamento di fondo del relativismo culturale ruota intorno all’affermazione della inconfrontabilità delle culture, non si deve dimenticare che la prospettiva del relativismo culturale si intreccia profondamente con la pretesa dell’Occidente di essere la cultura dominante e di incarnare il “telos” della cultura universale. Quali possono essere allora le strade per ricomporre questa tensione tra universalità e storicità dei diritti umani? Di fronte alle sfide del multiculturalismo contemporaneo, in cui si incontrano per convivere culture basate su valori a volte inconciliabili, dobbiamo forse arrenderci alla rassegnazione relativista, ampiamente diffusa, che ostacola il riconoscimento dei diritti universali della persona, oppure dobbiamo adoperarci per favorire l’incontro fra le culture così da costruire un patrimonio umano universale che accomuna tutti gli uomini? La storia, dal canto suo, ha già fornito alcune importanti risposte: il potenziamento del ruolo internazionale dei diritti umani, la transmigrazione dei concetti costituzionali da un paese all’altro e da un continente all’altro, la funzione di garanzia svolta dalle Corti, nazionali ed europee, dimostrano come vi sia una spinta verso il giusto riconoscimento del valore della persona e della sua libertà di autodeterminarsi. Sotto quest’ultimo aspetto, è sempre più frequente leggere espressioni come “i diritti delle generazioni future”, “i diritti riproduttivi”, “il diritto a morire”, “il diritto ad ammalarsi”, “il diritto ad avere un figlio” e così via. Se nei decenni passati il terreno più fertile per lo sviluppo dei nuovi diritti era quello economico-sociale, oggi i “nuovi diritti fondamentali” nascono dall’esigenza di garantire il diritto al rispetto della vita privata che, a volte, però, tende a trasformarsi in una assoluta “pretesa” all’autodeterminazione e alla libertà individuale. Se, infatti, all’origine, tale diritto si configurava come uno spazio privato nei cui confronti non poteva fare irruzione il potere pubblico, attualmente esso esige, invece, che l’autorità pubblica assicuri il soddisfacimento di desideri ed aspirazioni riguardanti la sfera più personale, riservata ed intima. L’esito di questa evoluzione è che si è generata nel tempo una forte confusione, se non addirittura una rischiosa sovrapposizione, tra l’affermazione dei desideri privati e il riconoscimento dei diritti fondamentali. Quale punto di equilibrio dobbiamo allora cercare di raggiungere? A questo interrogativo, che racchiude in sé la questione dei limiti cui è soggetta la libertà di autodeterminazione, cercherò di rispondere constatando, in primo luogo, come uno degli aspetti da sempre più problematici per la tutela dei diritti fondamentali sia rappresentato proprio dal rapporto che intercorre tra il ruolo del potere giudiziario e il ruolo delle istituzioni politiche. Il progressivo ampliamento del campo di azione del giudice e l’affermazione di modelli di definizione del diritto in via giurisdizionale diretti a colmare lacune legislative hanno portato, soprattutto nel nostro paese, sia ad identificare nel diritto giurisprudenziale una nuova via, un “diritto mite”, “flessibile”, maggiormente in grado di soddisfare le esigenze di tutela dei diritti individuali, sia, al contrario, a denunciare una stagione di latitanza della politica con conseguente abbandono di questioni delicate e cruciali nelle mani degli stessi giudici. D’altronde, se il legislatore non riesce ad intervenire nelle cosiddette materie “eticamente sensibili” non può che spettare al giudice la ricerca della soluzione ragionevole applicabile al caso di specie, alla luce del quadro normativo e giurisprudenziale d’insieme. Tra le questioni più complesse che ci troviamo, quindi, ad affrontare oggi vi è la crisi degli strumenti tradizionali delle libertà, dei diritti fondamentali e dei diritti umani. La legge, che è stata a lungo lo strumento non solo tecnico, ma anche istituzionale, di progressiva tutela sempre più ampia ed effettiva delle libertà e dei diritti, deve recuperare la sua funzione centrale perché è soltanto attraverso il libero e ampio confronto parlamentare che si può raggiungere un alto livello di mediazione politica e sociale tra le legittime visioni contrapposte. Va da sé, ad esempio, per venire all’attualità dei nostri giorni, che ogni decisione sulla vita deve essere rigorosamente assunta sulla base dei princìpi costituzionali, tenendo presente però che l’autodeterminazione non vive in una dimensione astratta e che le condizioni materiali incidono profondamente sui modi di scegliere, di autodeterminarsi delle persone. Per questo, a mio avviso, il ruolo delle istituzioni deve avere come finalità quella di rendere la decisione effettivamente libera, vale a dire una finalità opposta a quella di espropriare qualcuno della sua sovranità sulla propria vita. Una componente essenziale dell’azione pubblica è infatti quella di costruire le condizioni perché l’autodeterminazione viva nell’ambiente sociale che la rende libera e che consente poi il pieno esercizio di questo diritto. Questo è un terreno su cui il Parlamento, se vi riesce, può sensatamente riaffermare una sua centralità qualitativa. Questo è quello che chiedono con forza tutti gli italiani al di là di ogni distinzione di parte.

  • Gianfranco Fini, Presidente della Camera. Intervento pronunciato in occasione della Conferenza sui Diritti umani, Roma, 20 novembre 2009

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Mille piazze per l’Alternativa: il Ni-B-day del PD.

In politica italiana on Novembre 23, 2009 at 9:46 pm

Il PD dice no al No-B day del 5 dicembre. Bersani sostiene che il Pd non accetta lezioni di antiberlusconismo da nessuno. La Presidente Bindi afferma di non poter partecipare a manifestazioni organizzate da Di Pietro.

Non hanno capito niente. No-B day è un evento organizzato da bloggers, con un tam tam che è cortocircuitato su Facebook (bé, Bersani non lo ha usato nemmeno per la campagna delle primarie). Di Pietro è arrivato dopo. Ma il PD non ci sta e si auto organizza un Ni-B-day, soprannominato Mille Piazze per l’alternativa. Coraggiosi, si direbbe. A punto che non hanno trovato altro stratagemma che copiare. Già perché l’iniziativa di Mille Piazze è stata pensata e organizzata da Pippo Civati ed è stata veicolata attraverso il web, è passata sopra le teste del segretario e della presidente senza che se ne accorgessero – in veirtà Civati è stato etichettato come movimentista e addirittura gli è stato suggerito di uscire dal partito se non è d’accordo con la linea politica – ed ha anche organizzato una data, lo scorso 18 Novembre, contro le leggi ad personam e a favore della Giustizia.

E in cosa consisterebbe il Ni-B-day?

“Questa mattina Rosy Bindi ed Enrico Letta, rispettivamente presidente e vicesegretario del Partito democratico, hanno presentato la campagna di mobilitazione che partirà l’11 e il 12 dicembre e che proseguirà nei mesi successivi, attraverso iniziative messe in campo dai circoli. L’obiettivo? Delineare «un programma alternativo di governo insieme al popolo delle primarie», ha affermato Rosy Bindi” (l’Unità).

L’originale, mi sia consentito il gioco di parole, era decisamente più originale, e forse valeva lo sforzo di farlo proprio, e non di imitarlo:

“Per la sua Costituzione, per il rispetto delle leggi. Invito alla mobilitazione. Il Pd ha millemila circoli. Li attivi. Subito, se si può. Anche perché il No-B day si svolgerà il 5 dicembre (a babbo – e Costituzioni – morti). Non una sola manifestazione nazionale, ma una bella manifestazione in ogni città d’Italia. Non è difficile, basta volerlo.
P.S.: in ogni caso, ciascuno può iniziare a pensare alla propria piazza, «di persona, personalmente», invitando il proprio circolo a mobilitarsi.
P.S./2: possiamo farla facile: il 18 alle 18, così tutti se la ricordano (tra l’altro, l’art. 18 della Costituzione recita: «I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente…»). ” ( Pippo Civati).

Naturalmente il Ni-B-day non parteciperà al No-B-day del 5 dicembre, mentre Mille Piazze per l’Italia sì – anche se in ordine sparso.

Nessuno sforzo nemmeno per il logo: questo l’originale,

 

Mille Piazze per l'Italia

 

e questa la copia:

 

Mille Piazze per l'Alternativa

Bersani, il teorico del no all’antiberlusconismo sciocco, ha pure detto che “il più antiberlusconiano non è quello che urla di più ma quello che manda a casa Berlusconi”, e allora il No del No-B-day sminuisce in un più mite e meditato Ni-B-day. Essere alternativa, per il segretario, vuol dire mostrarsi capaci di governare e perciò, essere molto somiglianti a chi governa, oggi, può favorire l’affermarsi di questa convinzione, suo malgrado.

il più antiberlusconiano non è quello che urla di più ma quello che manda a casa Berlusconi

Il passatismo di Confalonieri. Mediaset via da Google smetterà di esistere.

In new media on Novembre 23, 2009 at 9:05 pm

Se non sei su Google, non esisti. Almeno nelle prime tre pagine. Altrimenti è oblio. E se Murdoch e News Corp. minacciano di uscire dalla pagine delle notizie di Google, condannandosi a essere un nano della rete, Mediaset pensa a farsi pagare i contenuti di proprietà che poi finiscono nelle carrellate di Youtube o di Google video. Essi non sanno la portata del danno che l’uscita dal più famoso motore di ricerca gli potrà portare. Non ne hanno idea. Confalonieri ha imbeccato il governo, sostenendo che esso debba farsi promotore di iniziative legislative a tutela della proprietà intellettuale. Mediaset non lascia Youtube, ma chiede di essere pagata, o di far pagare la visione dei propri contenuti, messi in rete dagli utenti della piattaforma. Ovvero chiede una legge fatta ad hoc. File sharing e streaming video mettono a nudo il loro passatismo. Devono ricorrere al divieto per proteggere le proprie posizioni dominanti. Murdoch minaccia di uscire da Google, ma per quanto potrà resistere? Mediaset punta tutto sul diritto d’autore, un diritto che oggi ha subito trasformazioni e sta moltiplicando le proprie forme, le quali attendono solo di essere normate.
E il governo? Il ministero della Gioventù, per mano del capo gabinetto Luigi Bobbio, ha preparato un documento in cui si afferma la necessità di forme alternative e estensive della proprietà intellettuale. Addirittura il ministro Meloni si è espressa dicendo che il diritto d’autore nell’era digitale non può essere difeso erigendo barriere, bensì puntare sulla qualità dei contenuti e sulla loro disponibilità in rete a prezzi accessibili. Certamente una non soluzione. Ciò non impedisce lo scambio libero fra utenti di un servizio web. Lo scambio e l’immediata fruibilità dell’informazione sono l’asse portante del web, che così si sostanzia e si rinnova. È esattamente questo aspetto che loro non comprendono e che invece dovrebbero cercare di fare proprio. Invece continuano a vivere di una concezione separata dei ruoli autore-editore-consumatore. Il web 2.0 rivoluziona i rapporti, rompe lo schema divisorio fra produttori di contenuti e semplici utilizzatori. Nel web 2.0 si è insieme produttori e consumatori, e il diritto d’autore nella sua concezione classica, ovvero la proprietà privata, si fa neutro.

    • Il ministro della Gioventù Giorgia Meloni torna sul tema Internet e conferma sostanzialmente le parole del suo capo gabinetto Luigi Bobbio, che nelle settimane scorse ha dato voce a un documento che offre un punto di vista molto interessante sul ruolo di Internet

    • una sorta di manifesto che tocca tutti i punti critici con cui è stato trattato in Italia il tema Internet dalle autorità, uno sguardo sempre e quasi solo esclusivamente volto alla pirateria

    • Ministro Meloni che proprio oggi affronta direttamente l’argomento: "Il diritto d’autore nell’era digitale non può essere tutelato erigendo barriere: Internet non si blocca alle frontiere"

    • necessità di "fornire prodotti di alta qualità e di facile accesso da parte di tutti a prezzi ragionevoli" e "valutare ed elaborare forme nuove di tutela del diritto d’autore"

    • sembrano spingere forme alternative di difesa della proprietà intellettuale: innanzitutto Creative Commons e Software Libero, ma anche riforma del funzionamento della SIAE

    • Nel documento di Bobbio si parlava già di contenuti di qualità, e si era affrontata la questione delle nuove forme televisive e della necessità, soprattutto per la Rai, di investigare i mezzi offerti da Internet su cui i professionisti della tv di stato sarebbero rimasti colpevolmente indietro

    • "Se sono stati investiti fiumi di denaro per la tecnologia-ponte (il digitale terrestre ndr) perché non ci si decide ad investire per le nuove generazioni che già – scriveva Bobbio – guardano sempre meno la TV?

    • I motori di ricerca attivi su Internet, da Youtube a Google, devono remunerare in qualche modo i contenuti che diffondono altrimenti chi produce questi contenuti non può più investire su essi. È in sintesi il monito che giunge dal presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri

    • «Internet -spiega Confalonieri- si avvale di una parola magica che è free: se i vari Youtube e Google non riconoscono il valore della proprietà intellettuale non si può investire» sui prodotti.

    • «serve molta attenzione da parte dei regolatori, del governo, devono prendere a cuore questo problema»

    • dichiarazione rilasciata ieri sera da Luca Nicotra (Segretario dell’associazione radicale «Agorà Digitale») e Marco Cappato (Presidente, Membro del Comitato Nazionale di Radicali Italiani)

    • «In un mercato in cui è chiaro a tutti che, a dispetto della retorica messa in campo dall’industria dei contenuti, il contributo di maggior valore deriva dalla connettività, e non dal contenuto, lascia sbigottiti l’appello lanciato al Governo da Fedele Confalonieri affinchè difenda aziende come Mediaset da Google, Youtube, Yahoo e altri fantomatici approfittatori. Anzi, più di un appello sembra una minaccia, considerando che, proprio ieri, Mediaset ha ribadito quanto sia centrale nella sua strategia la causa che essa stessa ha intentato contro Youtube e in cui rivendica un danno di 500 milioni di euro per violazione del diritto d’autore. Confalonieri cerca di difendere un sistema bloccato, in cui i cittadini sono semplicemente audience, e la scelta dei contenuti da trasmettere è fatta da coloro che, come lo stesso Confalonieri, hanno in mano la TV generalista. A questo punto ci appelliamo a Google e Yahoo chiedendo loro di rimuovere per almeno un mese i contenuti online del gruppo Mediaset dai loro indici. Un’azione drastica, ma potrebbe essere davvero l’unico modo per aiutare a far comprendere a coloro che difendono modelli ormai superati quanto la Rete ha cambiato l’economia, anche quella dei contenuti, e quanta parte dei ricavi degli stessi produttori derivino dalla comunità di utenti che modifica e condivide»

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